martedì 13 aprile 2021

COVER REVEAL IL CAMPIONE DEL RE (BLOOD BONDS VOL. 10) + CAPITOLO 1



È con tantissima gioia che vi svelo la cover e la trama de Il Campione del Re, decimo e penultimo romanzo della serie dark contemporanea Blood Bonds! Il libro è in fase di stesura (mi trovo al capitolo 3) ma potete già dare una sbirciatina al primo capitolo, dove in scena abbiamo la nostra Regina, Neela Šarapova, e i suoi fedeli sicari ♥ Scorrete il post per leggerlo... Ma vi avverto: super allerta spoiler per chi non ha letto Non Tradirmi! Perciò, nel caso, fermatevi alla fine della trama e non proseguite assolutamente oltre, o vi spoilererete il finale del nono libro!


Titolo: Il Campione del Re
Serie: Blood Bonds Vol. 10
Genere: Dark Contemporaneo
Cover by: Regina Wamba



Il mio nome è Neela Šarapova.
E il mio è Cade Connor.

Lui è l’uomo più fidato di Aleksej Bower, colui che vuole spazzare via me e i miei sicari e regnare incontrastato su Véres.
E lei è la donna che, con Leks, ho giurato di combattere.

Siamo nemici mortali.
Ma non è sempre stato così.

Eravamo amici.
Eravamo innamorati.

Finché lui non ha distrutto il nostro futuro.
E lei ha distrutto noi.

Adesso, finalmente, pagherà per ciò che fece.
Per quello che ho fatto.

Eravamo il paradiso l’una dell’altro.
E ora lei sarà la mia morte.

Questo romanzo contiene situazioni inquietanti, scene violente e macabre e omicidi. Non adatto a persone suscettibili ai temi trattati. Se ne raccomanda la lettura a un pubblico adulto e consapevole.


LEGGI IL PRIMO CAPITOLO DEL ROMANZO
Il testo non è ancora stato soggetto a editing e potrebbe subire delle variazioni.

SUPER ALLERTA SPOILER!
Fermati, se non hai letto Non Tradirmi!
SUPER ALLERTA SPOILER!
Prosegui a tuo rischio e pericolo!
SUPER ALLERTA SPOILER!
Sei stato avvisato!
SUPER ALLERTA SPOILER!


Il crepitio dei bracieri che circondavano le colonne e pendevano dall’alto soffitto era l’unico suono che echeggiava nel salone a tre navate. Uno dei lunghi tavoli addossati alle pareti di pietra – solitamente coperti da tovaglie color porpora e ricche di brocche di bronzo e calici per il vino – era stato spostato al centro della sala, sulla passatoia rossa che conduceva al trono rialzato. Sopra, adesso, vi era una lastra di legno a cui erano fissate due grosse stanghe che sporgevano oltre i lati corti.
Deposta su di essa, c’era Ekaterina.
Indossava una veste bianca di lino senza ricami, con le maniche lunghe a campana e un ampio scollo circolare. Le sue compagne avevano trascorso ore a prepararla per la cerimonia, e ora lei era così… bella.
Più bella che mai.
Grazie al camouflage, gli ematomi sul suo viso erano solo un brutto ricordo e la pelle appariva levigata, anche se di un colorito non del tutto naturale. Sembrava una bambola di porcellana, con la corposa chioma di capelli bruni che le incorniciava il volto in morbide onde.
Le ferite, tuttavia, erano ancora visibili.
Osservai il taglietto sulla punta del naso, la lacerazione sul padiglione dell’orecchio.
Come si era svolto il suo combattimento? Aveva dovuto affrontare i membri della famiglia Lamaze uno alla volta, o quei codardi l’avevano attaccata tutti insieme?
E lui?
Che cosa aveva fatto?
Era rimasto in disparte, mentre i Lamaze tentavano di batterla, prima di reclamarla per sé? O si era unito subito a loro, per poi rimanere l’unico avversario della mia campionessa stremata?
Come era riuscito a sconfiggerla?
Dopo quanti minuti? Dopo quanti pugni?
Il mio sguardo scese sulla pancia di Ekaterina. Rammentai la sua mano ghermirmi di scatto il polso, quando avevo fatto per spalancarle la giacca militare, e la collera e la strana preoccupazione che mi avevano abbrancata nel vedere il grosso cerotto sulla parte sinistra del suo addome.
Rammentai il dottor Godunov, primario della clinica privata di Véres, informarmi che aveva intimato al mio braccio destro di restare a riposo, ma che lei non gli era sembrata decisamente incline a seguire la sua raccomandazione.
Ricordavo l’espressione con cui si era congedato.
Aveva voluto dirmi qualcosa.
Qualcosa che io avevo capito troppo tardi, quando ormai non potevo più fermare il mio primo cavaliere.
In quel mentre, uno dei massicci battenti dell’ingresso del salone, sul cui legno erano intagliati simboli gotici, si aprì con un cigolio e il secondo in comando del mio esercito mi venne incontro con andatura cadenzata ma lenta, rispettosa. Come tutte le altre discepole, per questo giorno aveva indossato un lungo abito nero a maniche lunghe sotto la mantella nera con cappuccio, e aveva lasciato il viso completamente struccato e la massa di dreadlocks sciolta.
Si fermò all’estremità inferiore del tavolo e, invece di intrecciare le braccia dietro la schiena, come avrebbe fatto in qualsiasi altra circostanza, congiunse le mani davanti a sé.
«È quasi ora, maestà», annunciò con voce sommessa.
La pira aspettava la sua guerriera.
Riportai lo sguardo assente sulla mia Ekaterina, osservando il suo volto in pace. «Non hai soltanto omesso le sue condizioni fisiche, nel tuo rapporto». Piano, guardai di nuovo l’assassina alla mia sinistra. «Non è vero, Asako?»
Avrei dovuto usare il mio familiare tono mordace, invece la mia voce risultò monocorde.
Il sicario si irrigidì, e i suoi occhi a mandorla si velarono di tormento. Deglutì, poi rispose: «No, mia Regina».
Avrei dovuto trafiggerla con un’occhiata omicida, invece tornai a fissare la mia campionessa.
«Dimmi», comandai in un bisbiglio.
Asako inspirò a fondo. «Non aveva un bell’aspetto, e non mi riferisco al sangue che la ricopriva o agli squarci. C’era… c’era qualcosa di diverso, in lei. Qualcosa che non andava». Fece una pausa, forse aspettando invano che le rivolgessi la mia attenzione. «Io credo che, in quei sotterranei, Lamaze non si sia semplicemente limitato a pestarla a morte. “Abbiamo un conto in sospeso”, mi ha detto mentre la medicavo. Per questo è tornata da lui. Le ha fatto… qualcos’altro».
Qualcosa per cui ucciderlo.
Da sola.
Senza testimoni.
Al posto mio.
Scrutai le scorticature ancora leggermente visibili sotto il trucco sui dorsi delle mani di Ekaterina, giunte sul suo grembo. «È tutto?» domandai, distante.
Sentii Asako trarre un respiro ancor più significativo di quello precedente. «Non era sola, quando sono arrivata alla safe house, mia Regina».
Mi incupii impercettibilmente.
«C’era anche la traditrice».
Fu come se una morsa dentata si fosse appena serrata sul mio cuore dilaniato.
Al rallentatore, ruotai il capo verso l’assassina con sguardo terrificante. «Come?» sibilai.
Asako spostò lievemente il peso da una gamba all’altra, sollevò il mento per dissimulare la sua inquietudine e, solenne, dichiarò: «Prima di scappare dal castello Lamaze, Ekaterina si è imbattuta in Nadyia Volkov. L’ha stesa e l’ha portava via con sé».
Le voltai le spalle all’improvviso con un fioco ansito, gli occhi sgranati fissi sul mio trono e le dita che stringevano il bordo del tavolo con tanta veemenza da far sbiancare le nocche e le unghie sempre più conficcate nel legno.
Ora comprendevo.
Ora, tutto aveva senso.
«Sono certa che ve l’avrebbe consegnata, quando avesse portato a termine la missione, maestà», disse Asako.
Feci un mezzo sorriso amaro, mentre una goccia salata intrisa d’ira mi rotolava lungo la guancia. «No, non è vero. E lo sai anche tu». Guardai Ekaterina.
Protettrice della piccola rossa fin dall’inizio.
Protettrice della sua erede fino alla fine.
«Avresti dovuto dirmelo», sussurrai grave, non sapevo se rivolta alla mia campionessa o ad Asako. «Avrei potuto…» Mi si ruppe la voce, e strinsi il pugno sul tavolo con una smorfia infastidita. «Avrei potuto provare…»
Non riuscii a terminare la frase, tanto era grosso il nodo che mi si era formato in gola, e questo mi fece infuriare sempre di più. «Le lascio ancora un minuto», disse la killer dietro di me, con tono ossequioso ma deciso, «poi dobbiamo andare».
D’istinto tesi l’orecchio per captare i suoi passi felpati sulla passatoia mentre, dopo aver fatto dietrofront, si dirigeva all’entrata della sala.
«Asako», la richiamai di punto in bianco, quando calcolai che era in procinto di afferrare la maniglia della porta.
«Sì, padrona?»
Corrucciata, scrutai il viso del migliore dei miei soldati. «Con chi delle due hai parlato, alla safe house?»
«Con la campionessa, maestà», rispose Asako. «Ma mi ha detto che Ekaterina stava bene, aveva solo bisogno di riposo, dopo lo scontro con Lamaze».
Trascorse qualche istante, poi volsi appena il capo verso di lei e le feci un cenno d’assenso con la testa per congedarla.
La sinfonia delle fiamme tornò a regnare nel silenzio.
Osservai il torace immobile della mia amica, pensando come un’emerita stupida che, se lo avessi fissato con tutta l’intensità di cui ero capace, avrebbe ripreso a espandersi e contrarsi. Infine distolsi lo sguardo, che si perse nel vuoto.
«E così», cominciai con la voce impastata dal magone, «era questo, il tuo piano. Eri pronta ad andartene, per avermi disobbedito. Eri pronta a portare la ragazza il più lontano possibile, per André». Come calamitati, i miei occhi scesero sul suo volto, e iniziarono a bruciare. «Eri pronta a lasciare me».
Non riuscii più a sostenere quella visione. Di botto le diedi le spalle e feci per allontanarmi, ma una forza invisibile parve ritirarmi indietro. Allora, mi appoggiai con le natiche al tavolo e mi arpionai al bordo con le mani, il respiro che diveniva sempre più irregolare, l’espressione sempre più feroce e i denti sempre più digrignati per contenere l’opprimente dolore al centro del petto. Un dolore che implorava di essere liberato.
Un dolore che implorava di essere accettato.
«Perché?» buttai fuori in un ringhio angoscioso. «Credevi davvero che non ti avrei perdonata? Ti avrei punita. Ti avrei massacrata davanti a tutte, per far di te un esempio. Ma non ti avrei cacciata. Non ti avrei esiliata, come avrei dovuto. Come avrebbero fatto le Regine prima di me. Io…» Feci un respiro tremolante d’ira. «Io non l’avrei mai, mai fatto».
Mi girai verso di lei, non potei fare altrimenti. Tesi una mano verso la sua testa e le accarezzai i capelli, arricciando le labbra in una smorfia irritata nel sentirli strani al tatto.
«Io avrei protetto te», dissi in tono dilaniante, «quando quei bastardi fossero venuti a reclamare la tua vita per aver trasgredito le regole. Perché siamo una famiglia». Con un verso strozzato, feci scorrere il dorso delle dita sulla sua guancia troppo liscia, troppo fredda, troppo dura. «Tu eri la mia famiglia», gemetti, «e mi hai lasciata».
Avvertii le lacrime cadere dalle ciglia, e fui lesta a raddrizzarmi affinché piombassero sulle mie gote, anziché sulla veste immacolata di Ekaterina. Guardai il nulla davanti a me, inespressiva, il respiro che tornava a poco a poco regolare mentre scie bagnate mi rigavano il viso.
«Mi hai lasciata sola», mormorai.
Prima che avessi il tempo di ricompormi, i due battenti si spalancarono con enfasi, e una folata d’aria gelida si propagò nel salone. Asako varcò la soglia, ma non osò andare oltre, mentre le quattro giovani al suo seguito rimasero in attesa sotto la cornice della porta.
«È il momento, padrona», decretò Asako.
Così, ordinai alle lacrime di prosciugarsi.
Così, indietreggiai.
Permisi ai soldati di avvicinarsi e, con cautela, issare la lettiga sulle proprie spalle.
Permisi loro di portare via la mia prima campionessa.

* * *

Nessuna nuvola passeggera o foschia aleggiava tra le pendici dei Carpazi che abbracciavano la vallata. Il sole era già sorto, oltre i monti, ma i suoi raggi non erano ancora approdati oltre le vette. La notte temporeggiava nel fitto manto forestale che rivestiva i fianchi delle montagne, rendendo impossibile distinguere i contorni degli alberi. Davanti a noi, il cielo era tinto di ardesia e i cirrostrati di varie gradazioni di viola e magenta, mentre alle nostre spalle già sfociavano in colori più tenui e caldi.
Asako guidò la nostra esigua processione lungo la parte occidentale della cinta di mura, per poi virare dolcemente a sinistra, attraversare una delle due strade che circumnavigavano Véres e procedere lungo il vasto campo che, molto più in là, incominciava a inclinarsi in morbide colline.
L’esercito al completo ci attendeva in mezzo prato, i cappucci delle mantelle calati sulla fronte. Coloro che erano all’estero avevano sospeso la propria missione ed erano tornate per rendere l’ultimo omaggio al loro comandante. I sicari avevano formato quattro grandi circoli concentrici intorno a una catasta di fasci di legna lucida, a sua volta al centro di un quadrato formato da piatti di rame ripieni di olio infuocato posti su dei sostegni di ferro.
I cerchi si aprirono per lasciarci entrare al loro interno.
E io, avvolta nel mio abito di mussola bianca, avanzai dietro la salma, passando tra le dame in nero come un bagliore di luce che fende l’oscurità più densa.
L’aria era come una costante, glaciale frustata sulle mie braccia scoperte e sulla schiena nuda. L’erba era gelida e madida, sotto le palme dei miei piedi scalzi, e lo strascico del mio vestito era già diventato pesante come una zavorra che rendeva ogni passo sempre più difficoltoso.
Sempre più insostenibile.
Quando fummo dentro lo spesso cerchio, mi fermai e guardai i soldati sistemare la lettiga sulla pira. Si portarono il pugno al cuore, dopodiché arretrarono fino a inserirsi nel circolo.
Asako raccolse un ramo solitario vicino alla catasta, alla cui estremità era stata avvolta una striscia di tessuto imbevuta d’olio. Si approssimò a uno dei fuochi e vi intinse la torcia, che si accese all’istante; poi venne verso di me e, con fare solenne, me la porse. La presi, e un brivido che non aveva nulla a che fare con la temperatura mi serpeggiò lungo la spina dorsale.
Asako chinò il capo e si fece da parte, restando in attesa come le sue compagne.
In attesa che io mi avvicinassi alla pira.
La luce del sole lambì la cima aguzza della montagna che ci sovrastava, e io venni avanti.
Lentamente.
Con il cuore che cadeva a pezzi.
Mi sembrò di impiegare un secolo, per raggiungere la catasta. Ingiunsi alla sofferenza lancinante che mi stava corrodendo dentro di non osare alterare la mia espressione stoica, mentre rimiravo per l’ultima volta il viso della mia Ekaterina.
«Sei con lui, adesso», mormorai, la voce tanto desolata e lugubre che pareva provenire dall’oltretomba. Le misi una mano sul braccio rigido. «Ci vedremo di nuovo», promisi. Iniziai ad abbassare la fiaccola verso la legna. «Un giorno».
L’olio che permeava i fasci si infiammò.
Lasciai andare la torcia contro di essi, ma arretrai solo quel tanto che bastò affinché il fuoco non sfiorasse la mia veste.
Non abbastanza perché il suo calore non incominciasse a bruciarmi la pelle.
«Una nuova alba», disse Asako, in tono imperioso, mentre i raggi solari baciavano la metà del pendio del monte. «Un nuovo inizio».
In coro, i soldati ripeterono le sue parole, portandosi il pugno al cuore, e ognuna delle loro voci mi sembrò come una pugnalata.
Le fiamme inglobarono la pira e si innalzarono con un flebile boato, danzando selvagge e scoppiettanti sul corpo della mia campionessa. Un odore terribile si diffuse nell’aria, ma nessuna delle mie killer mosse un muscolo, nemmeno quelle che si trovavano controvento.
Rimanemmo lì, tutte, finché il sole non ebbe superato le punte aguzze dei Carpazi dietro di noi e la sua luce non ebbe inondato la valle.
Véres cominciò a svegliarsi, e ben presto i rumori della città alterarono la pacifica quiete del primo mattino. A uno a uno, i sicari ruppero i cerchi e tornarono al monastero.
Non ci sarebbero state chiacchiere, durante la colazione.
Non ci sarebbero state spacconate, durante gli allenamenti.
Non ci sarebbero state battutine, durante i pattugliamenti.
Non oggi.
Oggi, solo il silenzio luttuoso avrebbe aleggiato tra i corridoi dell’abbazia e per le strade settentrionali di Véres.
Un silenzio che trasudava sangue bollente.
Un silenzio che preannunciava morte.
Un silenzio che esigeva vendetta.
Non so quante ore trascorsero, prima che il falò si spegnesse. So solo che restai dov’ero, immobile come una statua, con il venticello che scuoteva dolcemente la mia gonna di tanto in tanto e il sole che mi scottava la schiena. La colonna di fumo divenne sempre meno densa, e riuscii a seguire con lo sguardo le volute grigie che si inerpicavano verso il cielo terso.
Della catasta non vi era quasi più nulla.
I pezzi di legna più grossi si erano fatti neri come carbone, mentre il resto si era trasformato in una soffice coltre di brace che rivestiva il terreno arso.
E lì, tra quelle ceneri, c’erano anche quelle della mia unica amica.
Quando anche il fumo si estinse, la luce del sole era arrivata a ferirmi gli occhi. Guardai un ceppo sgretolarsi, l’espressione contorta dall’ira. Infine, con ritrosia, diedi le spalle ai resti della pira e mi incamminai verso la cinta di mura.
Asako, che era rimasta con me per tutto questo tempo, attese che la superassi e poi mi seguì, scortandomi fino al monastero. Una volta dentro, non desistette e mi seguì fino alla porta della torre campanaria, a Nord del complesso, dove erano situate le mie stanze.
Tesi una mano verso la maniglia.
Mi fermai.
Ruotai impercettibilmente il capo verso il corridoio che si prolungava dallo svincolo poco più avanti.
Il corridoio su cui si affacciava l’entrata secondaria della chiesa.
La chiesa in cui lui mi attendeva.
Ma non adesso.
Non… non adesso.
Avvolsi le dita attorno alla maniglia e rilasciai un sospiro sfinito. «Va’, Asako», sussurrai perentoria.
«Mi chiami se ha bisogno di qualcosa, maestà», replicò lei, per poi aggiungere, in tono più angosciato e implorante e veemente: «Per favore».
Ma, in fondo, sapeva che non l’avrei fatto.
Sapeva che, appena lo stretto battente si fosse richiuso al mio passaggio, mi sarei isolata nel mio dolore.
Con una riverenza accennata, il pugno destro sul cuore, la mia nuova campionessa si congedò e, facendo dietrofront, si avviò in direzione del dormitorio.
Sola, salii la scala a chiocciola, illuminata dalle candele elettriche affisse ai muri, e giunsi il primo piano della torre, dove era il mio ufficio. Entrai nella stanza circolare, rischiarata dalla luce che filtrava dalle finestre a destra e a sinistra. Le pareti laterali erano nascoste dalle librerie, i cui scaffali erano incurvati dal peso dei raccoglitori pieni zeppi di documenti e da antichi tomi con le copertine in pelle.
Mi andai a sedere alla grande scrivania in ebano.
Dovevo concentrarmi.
Dovevo riflettere sulla mia prossima mossa.
Perché io dovevo muovermi.
Dovevo sterminare i Lamaze.
Dovevo decimare il nuovo schieramento di Aleksej Bower e sottometterlo al mio dominio.
Dovevo vendicare Ekaterina.
Dovevo essere una regina.
La Regina.
Ma non riuscivo… non riuscivo a respirare. Il cuore mi… mi batteva troppo velocemente, con troppa irruenza. Stavo… stavo stritolando il bordo del tavolo, tanto da farmi dolere le mani. E le mascelle… le stavo… le stavo serrando così forte che mi facevano male i molari.
E all’improvviso non riuscii più a trattenermi.
Esplosi.
Non un singolo oggetto sfuggì ai miei colpi rabbiosi.
Non un singolo mobile fu risparmiato dai miei calci imbestialiti.
Non un singolo angolo della camera non fu raggiunto dalle mie urla devastatrici.
Distrussi ogni cosa.
Come ero distrutta io.
Ma quando brandii il pregiato pugnale riposto sul supporto, adagiato sulla madia dietro il tavolo, e feci per infilzarlo in quest’ultimo, mi paralizzai.
Giacché rividi la lama trapassare il petto di Ekaterina.
Fissai l’arma che impugnavo con occhi sgranati. Poi, con orrore, dischiusi le dita e lasciai che il pugnale, rimbalzando sulla scrivania, finisse sul pavimento. Mi guardai intorno, dapprima smarrita, quasi intimorita da ciò che avevo fatto, infine percepii la furia montare di nuovo, ancor più oscura.
Ma questa volta la tenni in me.
Confinata.
A bada.
Per il momento giusto.
Dunque, mi lasciai scivolare a terra e raccolsi le ginocchia al petto, abbracciandole, lo sguardo fatale che fendeva il nulla.
Restai qui finché il buio fece capolino dalle finestre.
Tra le macerie della mia collera.
Tra le macerie del mio dolore.



Spero che vi sia piaciuto!
Quanti fazzoletti avete usato? LOL!
Ma parliamo della cover... Posso dire che è la mia preferita della serie?! ❤
Diciamo tutti THANK YOUUU, REGINA!
Soffermiamoci anche su un altro punto:
avete notato che, nella trama, i Cadeela si completano le frasi a vicenda?
Questo non è mai accaduto con le trame dei volumi precedenti... eheheh :3
Se volete seguirmi passo passo durante la stesura,
vi invito a unirvi al mio gruppo di deliranti ragazze tremende su Facebook,
le ★ Chiara's Bad Girls ★
In più, sul mio gruppo Facebook potete trovare anche
il PROLOGO de Il Campione del Re! *_*
Ringrazio di cuore chi condividerà questo articolo sui propri social
per far conoscere la serie ai lettori che ancora non sono entrati nel mondo delle famiglie di Véres ❤